Amazake: il dolcificante che si fa da solo dal riso

Riso, koji e acqua. Nessuno zucchero, nessun dolcificante, nessun lievito: eppure dopo una notte a temperatura controllata hai una crema dolcissima. Tutto lo zucchero che senti era già lì, chiuso dentro l'amido, e qualcuno lo ha aperto per te.

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La redazione | 9 min lettura | 15 Ago 2026

In breve

L'amazake si fa con riso cotto, koji e acqua tenuti a 55-60 °C per 6-8 ore. Gli enzimi del koji smontano l'amido del riso in zuccheri semplici: la dolcezza non è aggiunta, è estratta. La versione con il koji non contiene alcol, a differenza di quella fatta con le fecce di sake. La temperatura decide tutto: sopra i 70 °C gli enzimi si rovinano, sotto i 50 °C l'amazake diventa acido invece che dolce.

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Cos'è l'amazake

Amazake (甘酒) significa letteralmente "sake dolce", ed è un nome che tradisce: la versione di cui parliamo qui, quella fatta con il koji, non contiene alcol. In Giappone si beve caldo d'inverno e freddo d'estate, allungato con acqua, ed è anche un ingrediente da cucina prima che una bevanda.

La consistenza dipende da quanto lo lavori: lasciato com'è resta granuloso, con i chicchi ancora riconoscibili; frullato diventa una crema liscia color avorio; filtrato dà un liquido dolce e trasparente.

Perché merita una pagina sua. È il modo più rapido e più economico per capire cosa fa davvero il koji. Il miso chiede mesi e lo shio koji una settimana; l'amazake è pronto in una notte, e la trasformazione è così netta che la senti al primo assaggio: riso insipido all'inizio, dolce come una caramella alla fine, senza aver aggiunto niente.

I due amazake, e perché confonderli è un problema

Con lo stesso nome si vendono due prodotti diversi, e la differenza non è un dettaglio da appassionati.

Koji amazake Sakekasu amazake
Da cosa Riso cotto e koji Fecce di sake, avanzate dalla produzione
Alcol Nessuno Sì, in quantità variabile
Zucchero Nessuno aggiunto, viene dal riso Aggiunto, perché le fecce non sono dolci
Chi lavora Solo enzimi Ha già fermentato con lieviti

Il primo è quello di questa pagina. Il secondo è un sottoprodotto della produzione del sake ed è ottimo, ma contiene alcol: se lo dai a un bambino o a chi l'alcol lo evita, la differenza conta. Sulle confezioni giapponesi è indicata, su quelle che arrivano qui non sempre.

Da dove viene la dolcezza

Il riso cotto non sa di dolce. L'amido è fatto di lunghe catene di zuccheri legati insieme, e in quella forma la lingua non li registra: sono molecole troppo grandi perché i recettori del dolce le riconoscano.

Gli enzimi del koji fanno esattamente il lavoro di taglio. L'alfa-amilasi spezza le catene lunghe in frammenti corti, e la glucoamilasi stacca da quei frammenti singole molecole di glucosio. Il glucosio la lingua lo sente eccome, ed è il motivo per cui in poche ore lo stesso riso passa da insipido a dolcissimo.

Non è però solo glucosio, ed è una cosa che si sente. Accanto allo zucchero semplice si formano una decina di zuccheri diversi, fra cui nigerosio, kojibiosio, trealosio, isomaltosio e panosio: è questo corteo a dare all'amazake una dolcezza rotonda, con un fondo che ricorda il malto, invece della dolcezza dritta e piatta dello zucchero bianco.

Il koji non fermenta, qui. A rigore in questa preparazione non c'è nessuna fermentazione: la muffa ha già finito il suo lavoro quando il koji è stato fatto, e non è nemmeno viva a 60 °C. Quello che accade nel barattolo è una saccarificazione, cioè enzimi che lavorano da soli. È il caso di scuola di cosa distingue la via del koji da tutte le altre.

Ingredienti

Per circa 700 g di amazake

Attrezzatura

Le proporzioni sono una parte di riso cotto, una di koji, una d'acqua, ed è il rapporto tradizionale. Il riso più adatto è un bianco tondo, che rilascia amido facilmente; con un riso integrale la resa in dolcezza cala, perché la crusca protegge l'amido dagli enzimi.

Il koji si compra, non si improvvisa. Serve riso koji già fatto, che si trova nei negozi di alimentari giapponesi e in alcune erboristerie, secco o fresco. Non si sostituisce con altro: nessun lievito, fermento o starter contiene gli enzimi giusti. Se invece vuoi capire cosa stai comprando, il procedimento e i microrganismi stanno nella guida al koji.

Procedimento

1Cuoci il riso e fallo scendere a 60 °C. Appena cotto è troppo caldo: sopra i 70 °C gli enzimi che stai per aggiungere si rovinano prima di cominciare. Aspetta e misura, non andare a occhio.

2Sgrana il koji e uniscilo. Se è in blocco, separa i chicchi con le mani. Mescola koji, riso e acqua fino a ottenere un composto uniforme, denso come un porridge.

3Tieni a 55-60 °C per 6-8 ore. È l'unico passaggio difficile, e i modi sono diversi: un contenitore termico preriscaldato, una pentola avvolta in una coperta dentro il forno spento con la sola luce accesa, o un forno che scenda a 50-60 °C. Nelle prime due ore controlla con il termometro.

4Assaggia dopo sei ore. Deve essere nettamente dolce e profumare di riso e di castagna. Se è ancora insipido dagli altre due ore.

5Decidi la consistenza. Lascialo granuloso, frullalo liscio, oppure filtralo con un colino fine per ottenere il solo liquido.

6Ferma il processo. Porta a bollore per un minuto se lo vuoi stabile, oppure mettilo direttamente in frigorifero se lo consumi in pochi giorni. Il bollore ferma gli enzimi e blocca la dolcezza dove l'hai lasciata.

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La temperatura, che decide tutto

Se questa guida avesse una sola riga, sarebbe questa. La finestra utile è stretta e sbagliarla non dà un amazake mediocre: dà un'altra cosa.

C'è però una sfumatura che vale la pena conoscere, e viene da una misurazione precisa. Uno studio del 2019 ha confrontato la resa in zuccheri a temperature diverse e ha trovato che il glucosio è massimo a 50 °C: a 60 °C se ne ottiene circa il 92%, a 70 °C il 77%, e a 40 °C appena il 66%. La stessa ricerca ha visto che gli altri zuccheri, quelli che danno complessità, si formano meglio fra i 50 e i 60 °C.

Come si concilia con i 60 °C che dicono tutti. Al Noma tengono l'amazake a 60 °C, ed è la temperatura tradizionale, quella che una pentola coperta o un contenitore termico raggiungono senza fatica. Il dato dei 50 °C non la smentisce: dice che scendendo si guadagna un po' di dolcezza, ma restringe il margine, perché 50 °C è anche il bordo oltre il quale i lattici cominciano a lavorare. Chi ha un controllo preciso della temperatura può puntare ai 50-55 °C e ottenere il massimo; chi si affida a una coperta e a un forno spento fa meglio a stare sui 60, dove un errore di qualche grado non rovina niente.

Come si usa

Conservazione

In frigorifero una settimana circa se non l'hai portato a bollore, e in quel tempo continua lentamente a lavorare: diventa un po' più dolce e poi comincia a virare all'acido. Bollito un minuto e messo in un barattolo pulito regge di più.

Si congela benissimo, ed è il modo migliore per gestirne una quantità: in stampi da ghiaccio hai porzioni pronte da sciogliere in un frullato o in un impasto.

Problemi comuni

È acido invece che dolce

La temperatura è scesa sotto i 50 °C per diverse ore e i batteri lattici hanno preso il sopravvento. Non si corregge dopo. La prossima volta misura nelle prime due ore: quasi sempre il contenitore perde calore molto più in fretta di quanto sembri.

Non è diventato dolce

O il riso era ancora troppo caldo quando hai aggiunto il koji, e gli enzimi sono morti subito, oppure il koji era vecchio. Gli enzimi perdono attività col tempo, quindi un koji secco dimenticato in dispensa per due anni rende molto meno.

Sa di alcol

È rimasto troppo a lungo a temperatura bassa, e dei lieviti hanno cominciato a mangiare lo zucchero appena formato. In piccola quantità non è pericoloso ma cambia il prodotto: significa che la fermentazione alcolica è partita, ed è esattamente il passaggio da cui nasce il sake.

È troppo denso

Normale, e si aggiusta con acqua al momento di usarlo. La densità dipende dal riso e da quanto ha assorbito in cottura.

Il koji è ancora poco diffuso in Italia e l'amazake è il modo più semplice per cominciare. Nel gruppo di Fermentati.com c'è chi ha già risolto il problema di tenere 60 °C per una notte senza attrezzature dedicate.

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Fonti

Le proporzioni tradizionali e il metodo di mantenimento della temperatura vengono da The Noma Guide to Fermentation di René Redzepi e David Zilber, capitolo sul koji. I dati sulla resa in zuccheri alle diverse temperature vengono dallo studio qui sotto.

  1. Oguro Y., Nakamura A., Kurahashi A. (2019). Effect of temperature on saccharification and oligosaccharide production efficiency in koji amazake. Journal of Bioscience and Bioengineering, 127(5), 570-574. pubmed.ncbi.nlm.nih.gov

Domande frequenti

Cos'è l'amazake?

È una bevanda giapponese dolce e densa fatta con riso cotto, koji e acqua. Il nome significa "sake dolce", ma la versione fatta con il koji non contiene alcol: la dolcezza arriva tutta dall'amido del riso, smontato in zucchero dagli enzimi della muffa. Non si aggiunge nessun dolcificante, e questa è la sua caratteristica più notevole.

L'amazake contiene alcol?

Dipende da quale dei due amazake. Quello fatto con il koji, che è la ricetta di questa pagina, non ne contiene: gli enzimi producono zucchero, non alcol, e la preparazione dura poche ore a una temperatura in cui nessun lievito lavora. Esiste però un secondo amazake, il sakekasu amazake, fatto con le fecce di sake avanzate dalla produzione, e quello l'alcol lo contiene.

A che temperatura si fa l'amazake?

Fra 55 e 60 gradi, per 6-8 ore. È la variabile che decide tutto: gli enzimi del koji lavorano bene in quella finestra, sopra i 70 si rovinano e sotto i 50 lasciano spazio ai batteri lattici, che rendono acido l'amazake invece che dolce. Uno studio del 2019 ha misurato la resa in glucosio alle varie temperature: massima a 50 gradi, ancora al 92% a 60, e in calo netto a 40 e a 70.

Come si usa l'amazake al posto dello zucchero?

Frullato liscio funziona in impasti, creme e frullati, tenendo conto che porta con sé anche acqua: in una ricetta va ridotto un po' il liquido. Non dolcifica come lo zucchero bianco, perché oltre al glucosio contiene una decina di altri zuccheri che danno una dolcezza più rotonda e meno diretta, con un fondo che ricorda il malto.

Perché il mio amazake è venuto acido?

Perché la temperatura è scesa troppo, quasi sempre sotto i 50 gradi per diverse ore. In quella zona gli enzimi rallentano e i batteri lattici presenti nel koji si svegliano, producendo acido lattico. Il rimedio non è aggiustarlo dopo, è misurare: un termometro dentro il recipiente le prime due ore dice se il contenitore tiene davvero il calore che pensavi.

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