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Su un barattolo di crauti, di miso o di kombucha c’è una sola informazione che decide se dentro ci sono ancora batteri vivi: se è stato scaldato dopo la fermentazione. La parola è pastorizzato, e il trucco è sapere dove cercarla e cosa fare quando non c’è.
In breve: cerca la scritta “non pastorizzato”. Se c’è, bene. Se c’è scritto “pastorizzato”, il prodotto ha il sapore della fermentazione ma non i fermenti vivi. Se tace, chiedi al produttore, e intanto guarda dove sta in negozio: a temperatura ambiente, con una scadenza lunga, è quasi sempre stato scaldato.
Cosa cambia, in una frase
La pastorizzazione scalda l’alimento quanto basta a eliminare i microrganismi. Rende il prodotto stabile: sta sullo scaffale per mesi senza cambiare. Un fermentato vivo, invece, continua a fermentare nel barattolo, produce gas e va tenuto in frigo. Un fermentato pastorizzato non è un prodotto scadente, ha ancora il sapore acido e tutto quello che i batteri hanno fatto durante la fermentazione: non ha più i batteri. Se lo compri per il gusto va benissimo. Se lo cerchi per i fermenti vivi, serve uno non pastorizzato.
Una precisazione, una volta sola: “vivo” dice che dentro ci sono microrganismi, non che avranno un effetto preciso su di te. Per questo qui parliamo di etichette, non di promesse.
I tre casi che trovi in etichetta
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1. Lo dice chiaro: “non pastorizzato”
È il caso più comodo. Alcuni esempi che abbiamo verificato sulle schede dei prodotti:
I Crauti Viola di Giulia Pieri dichiarano “Alimento non pastorizzato” e “fermenti vivi spontanei”, con due soli ingredienti, cavolo cappuccio rosso e sale. Dopo l’apertura vanno in frigo e si consumano entro 3-4 settimane.
L’Hatcho Miso TerraSana è descritto come non pastorizzato: la scheda dice che conserva le caratteristiche della fermentazione tradizionale, e che è lasciato fermentare naturalmente per almeno 24 mesi.
Per il kombucha, la Old Kombucha Original dichiara i ceppi e le quantità all’imbottigliamento, e spiega che il deposito sul fondo è segno di vita.
2. Dice che è pastorizzato
Succede, ed è un dato prezioso: significa che il produttore non nasconde nulla. Lo Shoyu La Finestra sul Cielo, per esempio, spiega che “viene pastorizzato per un’ora a 82°, così da arrestare la fermentazione”, dopo 18 mesi di fermentazione in barili di legno. È un ottimo condimento, ma non è un alimento vivo: lo scegli per il sapore.
3. Non dice niente
È il caso più comune, e la risposta non è un sì. Se la scheda parla di fermentazione e di tradizione ma non usa mai la parola pastorizzato, non puoi dedurre niente. Scrivi al produttore con una domanda precisa: “il prodotto viene scaldato dopo la fermentazione o prima dell’imbottigliamento?”. La formulazione conta: alcuni prodotti non sono pastorizzati al momento dell’imbottigliamento ma hanno subito un trattamento termico prima di un’altra fase.
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Dove sta in negozio. Banco frigo, non scaffale: i prodotti vivi hanno bisogno della catena del freddo. Un barattolo a temperatura ambiente con scadenza lunga è quasi sempre stato scaldato.
Il tappo e il liquido. Un po’ di gas all’apertura è normale in un prodotto vivo, e nel kombucha lo è anche un po’ di deposito sul fondo. Un coperchio molto gonfio o un odore di marcio no: in quel caso riporta il barattolo al negozio.
Gli ingredienti. I fermentati tradizionali hanno liste corte: cavolo e sale, tè, zucchero e coltura. Non è una prova, ma è un buon segno.
Il prezzo al chilo. Il vivo costa di più perché richiede la catena del freddo e dura meno.
Come si usano, se li hai comprati vivi
Miso: scioglilo a fuoco spento. Se lo aggiungi a una zuppa che bolle, i fermenti vivi muoiono in pochi secondi.
Crauti e verdure: in frigo, e consumati nei tempi indicati dopo l’apertura.
Quello che compri vivo si assaggia e si confronta: se ti piace, si impara a farlo. Per un giro di prodotti, c’è la guida ai cibi fermentati già pronti.
Se vuoi essere sicuro al cento per cento
Il modo più semplice di avere un fermentato vivo è farlo tu. Per le verdure bastano sale e un peso: crauti fatti in casa. Il calcolatore di salamoia calcola la quantità di sale per il tuo barattolo e lo salva nel tuo registro, dove annoti i giorni e come è venuto.
Tieni traccia nel tuo registro. Anche per un fermentato fatto in casa conviene ricordare cosa si è messo nel barattolo. Nel tuo registro di fermentazione, che si apre dal profilo fermentatore, ogni barattolo ha il suo diario: annoti il giorno, l’assaggio e, se qualcosa non va, scegli “Si è verificato un problema” per avere il consiglio giusto. I dosaggi e i giorni li calcola il calcolatore di salamoia, che salva il batch nel registro. Il profilo è gratis: crealo qui.
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La redazione
Co-fondatrice di fermentati.com. Cuoca, sperimentatrice e divulgatrice. Trasforma microbi in ricette che funzionano davvero.