Kapi: la pasta di gamberi fermentata

È uno degli ingredienti più potenti e identitari della cucina thai: densa, salata, profumatissima. Ecco cos'è il kapi, come nasce dalla fermentazione di minuscoli gamberetti e come domarne il carattere in cucina.

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La redazione | 7 min lettura | 7 Lug 2026
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Cos'è il kapi

Il kapi (กะปิ) è una pasta densa, di colore che va dal rosa-grigio al violaceo, ottenuta fermentando minuscoli gamberetti (o krill) con sale. È salatissima e dal profumo intenso e pungente, quello che in gergo si chiama "funky", ma cotta si trasforma in un umami profondo e irresistibile che sta alla base di gran parte della cucina thai.

Fa parte della stessa grande famiglia dei fermentati di mare del Sud-est asiatico: è parente stretto del belacan malese e indonesiano e del mắm tôm vietnamita. Insieme alla salsa di pesce nam pla, è uno dei due pilastri dell'umami thailandese.

In Italia il kapi è quasi sconosciuto fuori dai ristoranti thai, ma merita attenzione: come ogni fermentato di questa famiglia, concentra le proteine dei gamberetti in un potente esaltatore di umami naturale, capace di dare profondità e sapidità a un piatto con pochissimo prodotto.

Come si produce

La materia prima sono gamberetti piccolissimi (spesso del genere Acetes), pescati sottocosta. Vengono mescolati al sale, essiccati al sole e lasciati fermentare. Poi si pestano fino a ottenere una pasta, che viene di nuovo stesa a essiccare e fermentare, un ciclo che può ripetersi più volte nell'arco di settimane o mesi.

Durante questo processo gli enzimi e i batteri tolleranti al sale scompongono le proteine dei gamberetti, concentrando il sapore e sviluppando quell'aroma inconfondibile. Il risultato è un condimento estremamente concentrato: ne basta pochissimo.

Stessa logica del miso. Come la salsa di pesce o il miso, il kapi è un "moltiplicatore di sapore": la fermentazione trasforma proteine semplici in un concentrato di umami. Cambia il protagonista, gamberetti invece di pesce o soia, ma il principio è identico.

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Come si usa in cucina

Il kapi non si usa quasi mai crudo e da solo: va cotto o tostato, ed è quasi sempre parte di una preparazione. Gli usi classici:

Il trucco per addomesticirlo. Prima di usarlo, avvolgi un pezzetto di kapi in un foglio di alluminio (o in una foglia di banano) e tostalo qualche minuto in padella o sul fuoco. Il calore trasforma l'odore pungente da crudo in un aroma tostato, rotondo e molto più gradevole. È il passaggio che separa un piatto amatoriale da uno autentico.

Come sceglierlo e conservarlo

Nei negozi asiatici trovi il kapi in vasetti. Cosa guardare:

Sostituti

Domande frequenti

Cos'è il kapi?

È la pasta di gamberi fermentata thailandese: minuscoli gamberetti fermentati con sale, essiccati e pestati in una pasta densa e profumata. È un condimento umami fondamentale della cucina thai, imparentato con il belacan malese.

Il kapi si mangia crudo?

Quasi mai. Va cotto o tostato: avvolgerlo in un foglio e scaldarlo qualche minuto trasforma l'odore pungente in un aroma rotondo e gradevole. È poi quasi sempre parte di una preparazione, come il nam prik kapi o una pasta di curry.

Con cosa posso sostituire il kapi?

Il belacan malese è praticamente identico. In alternativa la salsa di pesce dà sapidità e umami (senza la nota di gambero). Per una versione vegetariana, un mix di miso scuro e alga tostata polverizzata si avvicina al profilo.

Come si conserva il kapi?

Dopo l'apertura va tenuto in frigorifero e ben chiuso, sia per la sua durata sia perché l'aroma è molto pervasivo. Grazie all'alto contenuto di sale è comunque un prodotto molto stabile e a lunga conservazione.

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